18 marzo 2013

Un mazzolin di rose e viole

Mio nonno paterno si chiamava Francesco ed era nato il 23 marzo del 1906.
C'è un unico sostantivo che possa descriverlo, secondo l'esperienza dei sedici anni condivisi con lui: calma.
Mio nonno sembrava essersi stufato di parlare e stava quasi sempre zitto, immerso in fili di pensieri, ricordi, dubbi. Non lo saprò mai a cosa pensasse in quegli assolati meriggi estivi calabresi, assiso sulla poltrona nella penombra mentre le dita delle mani si toccavano in un gesto alla Monty Burns e le labbra smozzicavano melodie lontane, reminiscenze musicali tradotte in ta-du-dum-dum.

Da novembre fino a marzo, per sfuggire alla noia e alle lontananze, i nonni traslocavano nella casa rupestre e mio nonno cambiava sì poltrona, ma non abitudini. Comprava i cornetti per la colazione della domenica, leggeva il giornale elegantemente composto sul divano, terminava ogni pasto con una mela che si faceva sbucciare da mia nonna in piccoli spicchi e prendeva un bel té caldo Earl Grey con una fettina di limone e poco zucchero alle cinque di ogni pomeriggio.
Se il tempo glielo permetteva e non era troppo freddo per le sue ossa, infilava la coppola beige a quadretti, una sciarpa al collo, il cappotto, salutava e usciva.
Era capace di sparire finché c'era il sole e tornava con le guance un poco arrossate, sempre rilassato e serafico; col passare degli anni e l'età che iniziava a pesare, il suo regno per sgambare era il marciapiedi in cima alla salita della strada di casa, dove si slargava la curva.
Trenta metri di marciapiede percorsi a piccoli passi, avanti e indietro, per almeno un'ora e mezza.
Lo guardavo dal pianerottolo, incapace di comprendere ma affascinata dal gesto ripetitivo che riempiva parte del suo pomeriggio.
Nelle giornate di primavera, mio nonno tornava dalla passeggiata stringendo tra le dita mazzolini di fiori, offerti puntualmente in dono alla nipote scarmigliata dai compiti e dai giochi.
Garofanini di campo, primuline, margherite screziate di rosa.
Ma soprattutto violette.

Minuscoli mazzolini di violette profumatissime che mi porgeva con un mezzo sorriso sornione, tramandato da padre in figlio e declinato al femminile nella nipote: qualunque gentilezza sentimentale è accompagnata dalla bocca che si increspa in un piccolo broncio, col labbro superiore arricciato e quello inferiore che si slarga al sorriso. È difficile da spiegare, è impercettibile ma intenso: va visto per comprenderlo. È un tratto famigliare, per me, serve a riequilibrare la potenza del sentimento espressa dal dono, come a sminuirne l'importanza sottolineandone l'effimera durata: è il timido paradosso di chi ha imparato a schermare certi sentimenti.
Le violette mi entravano nel naso col loro profumo dolce, interrompendo le incombenze. Annusavo quel loro colore intenso e violento, in contrasto con la minutezza e la delicatezza del fiore.
Mio nonno le mangiava e io mi stupivo. Per convincermi ad assaggiarle, mi disse che portavano fortuna e che ogni anno, alle prime violette selvatiche che avessi scorto, mi sarei dovuta fermare per coglierne una e mangiarla, per proteggermi dalle sventure.

Ogni primavera cerco le violette e aspetto il colpo di colore in mezzo al verde delle piccole foglie che ho imparato a riconoscere. Ieri mattina le ho trovate nel mio fazzoletto di giardino: ho còlto la prima che ho visto, incurante degli ostacoli sul cammino, e ne ho gustato i petali come se il sapore potesse davvero proteggermi dalle sventure.

Violette di Patate con Cremina di Zucca Profumata (Gluten Free)

Per gli gnocchi:
500 gr di patate viola
Mix di farina senza glutine (io Mix Ds per tutti gli impasti)
Parmigiano grattugiato
Noce moscata

Per la cremina:
300 gr di zucca gialla
Una cipolla bianca
Olio evo
Timo

Lessate le patate viola per una mezz'ora abbondante e schiacciatele con uno schiacciapatate o con una forchetta. Fatele raffreddare e aggiungete il parmigiano e la noce moscata, poi piano piano la farina senza glutine: non vi metto le dosi perché gli gnocchi vanno col tempo, l'umidità, la consistenza delle patate, il passaggio delle comete e le liti dei fratelli Gallagher. Indicativamente ne ho messi circa 150 gr. Deve venire un impasto sodo ma non granuloso, quanto basta per tirare dei salsicciotti di patate da tagliare a tocchetti regolari.
Metteteli a riposare su un vassoio ben spolverizzato con la farina senza glutine.

Mentre le patate si lessano, ottimizzate i tempi: sbucciate la zucca e tagliatela a tocchetti. Scaldate un paio di cucchiai di olio, tritate la cipolla e fate un piccolo soffritto, facendola stufare lentamente, poi aggiungete la zucca e a mano a mano dell'acqua calda (circa un bicchiere e mezzo totale) che aiuterà la zucca a sfaldarsi a modino. Passate al passaverdure -se ci fosse bisogno- e lasciate riposare.

Cuocete gli gnocchi in abbondante acqua salata, impiattate e guarnite con la cremina e qualche fogliolina di timo fresco.

(foto dell'AM)

In abbinamento, inseguendo un ricordo: Faith No More - Easy

5 marzo 2013

Avanzavo giusto un paio di minuti per il dolce

Ho lasciato scivolare via febbraio nelle pieghe sballate dal rientro dell'AM, senza dar troppa retta alla voglia di cucinare e al sonno accumulato. Mi sono lasciata trascinare da una corrente allegramente agitata di incontri, feste, genti, cene, alcol, rosure di culo e travestimenti, maschere e sincerità, paure ed emozioni.
Ho mollato la mia vita all'angolo del 31 gennaio e sono ancora lì che un po' la cerco, perché non mi ricordo mica bene dove l'ho messa.

Per fortuna febbraio è finito, marzopazzo è arrivato, ogni tanto mi si chiude la gola con l'ansia della primavera -e tutti i buoni propositi che come sempre e ancora non sono riuscita a mantenere, porcogiuda- e accarezzo il mio stomaco lievitato causa eccessi di carboidrati. Non riesco a fare a meno di intorzarmi come un puerco di schifezze di ogni tipo, mentre il mio corpo chiede solo un taglio drastico ai condimenti, ai farinacei, agli zuccheri.
La pelle del mio viso è andata completamente a meretrici e per fortuna ho una cremina bio tutta nuova per imburrarmi a dovere, sperando che almeno le cure esterne funzionino.

Promettersi una settimana crudista, una settimana gluten-free e qualche giorno di disintossicazione. Allora prima finiamo quello zuccheraccio, meglio è...

Era da un po' che volevo provare a cucinare dei dolci totalmente vegan, quindi privi di derivati animali come uova e latte, e devo dire che questo primo esperimento è stato riuscitissimo e iperapprezzato. È di una facilità disarmante, velocissima da preparare e permette di omettere le uova e il latte, il che è raro per un muffin. Questa versione contempla purtroppo lo zucchero semolato, che personalmente odio con tutto il cuore ma ne avevo acquistato un chilo per un qualcosa di specifico che adesso non ricordo più e dovevo finirlo per toglierlo di mezzo. La prossima volta torneremo all'amatissimo mascobado scrocchiarello.

Muffin Vegani con Banana e Nocciole

Ingredienti

2 banane mature 
1/4 tazza di olio extravergine
una tazza scarsa di zucchero semolato 
2 tazze di farina integrale
una bustina di lievito
un pugno di nocciole bio
zuccherini colorati per finire (facoltativi)

Pulite le banane e schiacciatele con una forchetta, aggiungete l'olio e lavorate per fare una bella pappa. Incorporate lo zucchero e la farina, il lievito e le nocciole. Riempite i pirottini da muffin per metà abbondante e infornate a 200 gradi per circa 20 minuti. (Lo ammetto, sulla cottura sono andata un po' a occhio).


(sullo sfondo, Holden stravaccato a farsi fare i grattini)

In abbinamento, mentre una serata di chiacchiere e confronti scivola via: City and Colour - What makes a man (Live @ Cesena)