12 agosto 2012

All'aeroporto di Abu Dhabi c'è la wireless gratis

E sono qui spanciata sulle chaises-longues del Terminal 3, in attesa che chiamino il volo per Sydney, con una tazza enorme di beverone d'acqua sporca che si ostinano a chiamare "american coffee", ma che in realtà è una broda dal vago sapore acidulo di prezioso nettare in chicco.
Almeno mi riscaldo, ché se fuori si veleggia spassosamente sui 33 gradi alle sette di mattina locali, le cinque italiane, dentro i gradi centigradi precipitano impietosamente a 20 grazie all'aria condizionata.

Mi piacciono gli aeroporti. Mi piacciono i non luoghi dove sembra che la mente si espanda verso l'infinito in un gigantesco bigbang di pensieri scollegati.

Mi piace incrociare gli sguardi delle persone e cercare di individuarne la provenienza incrociando i tratti somatici standard o sbirciando i colori dei passaporti. Nei grandi scali internazionali è un giochino che può far passare piacevolmente le attese.
Come oggi.
Ho conosciuto Mohamed, che a differenza del nome è italiano o almeno sembra, cercando nei caratteri arabi la risposta a quale fosse il gate del volo verso l'Australia. Mohamed deve avermi inquadrata come italiana al primo sguardo: sono vestita comoda, coi jeans lunghi, le Gazelle di mezzo numero più grande, sono struccata (la Spora insegna), ho la borsa del computer straripante di roba e il cellulare in mano.
Mohamed vive in Australia da quattro anni e sembra uscito da un documentario ben riuscito sui fighi: alto, rasta castani ordinati, pelle color schiuma di caffè espresso, occhi sul verde-nocciola e sorrisone aperto, senza un brivido di malizia, ma tanta voglia di chiacchierare.

Torno alla mia tazzona di caffè poi vado a fare il secondo turno di moisturizing a scrocco. Dopo l'assaggio Guerlain a Malpensa (la crema all'orchidea è iperbuona, mi sono imburrata muso e collo grugnendo di soddisfazione), voglio provare l'inosabile: LaPrairie.

Meglio di così non poteva cominciare.