26 febbraio 2012

Un accenno di primavera, le scelte alimentari, una convinzione in più

Non sarò mai una vegetariana di quelle serie. Certo è che cominciare un post con un tale statement di intenti può essere quantomeno spiazzante, ma è stata una presa di coscienza nei giorni passati: se alla carne sono riuscita a rinunciare senza il minimo problema, al pesce non riesco a dire di no. Sarà colpa della mia natura di nuotatrice, del mare che mi porto dentro da quando ero piccola, o semplicemente dell'infinita bontà delle specie ittiche di ogni tipo: non ce la faccio a dire di no al pesce.
Una banalissima questione di gusti e una scelta consapevole crolla miseramente.

Nei giorni scorsi mi sono documentata sulle infinite e svariate sfumature del vegetarianesimo, forse per sentirmi meno succube della mia golosità; non bastava l'esperienza pregressa di mio padre, che non mangia la carne e invece sì il pesce, le uova e i formaggi da quarant'anni. Non so, mi sembrava di cercare una giustificazione alla mia scelta alimentare, una scusa che non dovesse essere vista dalla gente come una stupida fissazione o cretinate simili.
Ho ripercorso a ritroso da ottobre ad oggi, dalla scoperta delle intolleranze (malgrado analisi perfette) alle discussioni costruttive con l'AM, sconvolto dalla lettura di articoli sui macelli di animali e sugli allevamenti intensivi dei tonni; ho revisionato tutti i libri di cucina, cercando spiegazioni, ho riletto e scoperto interessanti scritti ed esperienze personali... mi barcameno tra peccati di gola atavici e nuove convinzioni.
Converrete che non è facile.

Il sunto di tutto è che non mangio carne perché non mi va.
Il sapore, l'ultima volta che l'ho mangiata, non mi ha entusiasmata. Potrà mancarmi quella strepitosamente lussuriosa categoria degli insaccati e salumi, tipo il prosciutto stagionato o le salsicce al peperoncino (e me lo confermava la Sarina, ex adorabile collega convertita al vegetarianesimo da un anno), potranno mancarmi le polpette fritte o gli hamburger giganti preparati in casa, ma non sarà grave. Cosa più importante, non dovrò crocifiggermi se cederò, una volta nel futuro, ad un voglino di carne particolarmente acuto e ingestibile: scenderò a patti con me stessa e con le mie scelte, come faccio inconsapevolmente nella vita di tutti giorni con cose molto più importanti che non possono evitare i necessari compromessi.
Non posso spingermi da sola sulla strada della schizofrenia alimentare: come ho detto in uno status recente, la strada per il vegetarianesimo è lastricata di majale intenzioni.

Capitolo intolleranze.
Ho scoperto che il parmigiano non mi fa male, anche se di latte vaccino. Sarà la stagionatura o che comunque la quantità che se ne usa per condire è decisamente poca, ma è stato un conforto sapere di non dover rinunciare del tutto alla bontà della grattatona furente sulla pasta o sul riso fumanti. Il latte l'ho bypassato senza pietà, ma rinunciare a certi formaggi l'ho vista come una violenza fisica vera e propria. Per fortuna della mia golosità esistono i pecorini e i caprini, dei quali posso abusare serenamente per sfogare la voglia di innalzamento del colesterolo. Vuoi mettere una bella fetta di pecorino morbido su un tozzo di farinaceo, magari tiepidino e croccantoso da forno?

Già, i farinacei.
Dolenti note.
Dopo una piacevole pizzata cui non potevo dire di no, domenica scorsa sono stata malissimo: dolori e gonfiori di ogni tipo, il giorno successivo una sensazione schifosa di pesantezza, due giorni dopo un attacco di cefalea con aura di cui soffro solitamente, ma erano mesi che non mi veniva così bastardo e a tradimento, dal nulla, mentre andavo a lavorare in autobus.
Sommando tutti questi bei fattori di ampia rottura di cazzo (ops, ho detto cazzo.. l'ho detto di nuovo!), la mia mente poco matematica ha partorito il suo teorema perfetto: se una cosa ti fa male, perché la devi mangiare?
E giù a prendermi dei nomi.
La solidarietà è venuta dal Bacarospo, che ha punteggiato di commentini brevi ma solidi una discussione in bilico di degenerazione. Evidentemente cominciamo ad essere in molti a limitare il consumo di farine bianche, preferendo le versioni integrali, le farine di altri cereali con poco glutine o senza (grano saraceno e riso su tutti, oppure farro, o integrali biologiche a pietra, segale, avena che di glutine ne hanno poco) o addirittura i mix gluten-free che sostituiscono degnamente la doppiozero nelle preparazioni più classiche.
Ci sono decine di blog di celiaci o semplici intolleranti che spiegano, per esperienza personale, come cavarsela in cucina ma sopratutto nella vita quotidiana senza mangiare prodotti contenenti glutine. Non è difficile, basta solo stare attenti all'inizio e poi molte cose verranno da sé. Ciò che mi ha molto confortata -ma perché mi faccio sempre dei problemi etici in queste situazioni?- leggendo queste persone è che, sia per motivi di malattia come la celiachia, sia per scelta personale, eliminare e/o ridurre il consumo di alimenti ricchi di glutine non è una cattiva scelta, perché porta a considerare moltissime alternative saporite, curiose, interessanti. Lo dicono tutti e mi accodo al coro anche io: si apre un mondo di possibilità non contemplate.

Si potrebbe quasi dire che mangiamo pasta in continuazione perché siamo pigri e ci piace accomodarci su qualcosa di comodo e veloce da preparare. Forse è la chiusura mentale, la diffidenza, l'abitudine. Fatto sta che l'altra sera ho fatto assaggiare a mia mamma la quinoa lessa -che a me piace pure così, con un filo d'olio- condita con le lenticchie che aveva preparato lei; le è piaciuta molto, l'ha incuriosita. Magari non la comprerà, ma se la troverà in giro, memore della prima impressione favorevole, potrebbe anche mangiarla senza problemi.
Mi viene in mente un bellissimo libro per bambini sul cibo, illustrato da quel mito di Emanuele Luzzati e scritto in collaborazione con uno scrittore; non ricordo il titolo e online non riesco a trovar nulla, ma in sintesi raccontava del cibo attraverso i secoli e delle nuove frontiere dell'alimentazione.C'era appunto un capitolo sulle differenti culture e su come iniziare a farsi piacere dei cibi apparentemente strani ed estranei tramite il passaggio nella propria concezione del cibo (il capitolo più divertente era "Couscous e tortellini"). Se sono riuscita a far entrare nella mia famiglia un cereale gluten-free così radical-chic come la quinoa, è solo una questione di contaminazione buona, di incontro, di curiosità. Sono stata il piede di porco della situazione, ecco.
Idem per la scelta, per chi può, di eliminare l'eccesso di glutine a favore di sapori e cereali differenti.

Insomma, tutto 'sto bel papirone di post per dire che:
-non mangio carne perché non mi va, mangio pesce quando ho voglia, al netto dei miei ragionamenti etici
-non mangio farine bianche, se posso le evito, perché sto male quando le assumo.

Bene, brava, bis. Niente ricetta oggi?

Niente ricetta. Ho ancora in panza le strepitose seppie coi carciofi preparate da mamma, accompagnate, su mio suggerimento e preparazione, con della polenta bianca. Avreste dovuto vedere mio padre: diffidente e schizzinoso all'inizio, con la polenta fumante sul tagliere, sempre più convinto e scarpettoso a colpi di forchetta man mano che la polenta si raffreddava e il suo sapore sottile, delicato, lasciava pieno spazio al carciofo e alla tenerezza delle seppie.
Mio padre, coriaceo nelle sue convinzioni, che l'altro giorno al ristorante vegetariano ha ordinato il seitan e l'ha trovato buonissimo. Mio padre. Il seitan. Che fino a due giorni fa potevano stare nella stessa frase solo in opposizione.

questo è quello che intendo. mettersi in gioco per curiosità.