martedì 14 maggio 2013

Chi ha tempo, lo perda tutto a riorganizzarsi la vita

Ci ho messo due mesi a riaprire l'editor di Blogger e rendermi conto che fosse passato così tanto tempo.
Mi sento un po' in colpa, del resto è una condizione abbastanza frequente nella mia vita attuale.

In questi due mesi sono state prese delle decisioni importanti.
Ho vissuto l'esperienza dei ladri in casa, per fortuna non con me dentro, che hanno portato via un bel po' di ricordi, cianfrusaglie, bigiotterie inutili e purtroppo anche il mio prezioso Air e la mia vecchia amatissima Nikon analogica. Duro il confronto notturno con una casa che tu non hai messo in disordine; impegnativo improvvisarsi psicologhe feline per confortare un gatto che ha visto il suo regno violato da pedate e manate sconosciute e frettolose.
Tant'è.
L'ho virata in positivo: mi hanno tolto un sacco di roba inutile da mezzo, rendendo più facili altre scelte conseguenziali.

La vita è sempre più un gigantesco sistema nervoso ramificato, con altrettante terminazioni che conducono ad altri tipi di esistenza. Se entri in quest'ottica, hai vinto.

Così sono andata a vedere Londra per la prima volta nella mia vita, riflettendo per quattro giorni. Sono rientrata in Italia e in una mattina di sole ho cambiato direzione.
Via il lavoro al ristorante, che da semplice sostentamento temporaneo stava diventando intossicante: lettera di dimissioni a mano, preavviso di venti giorni, niente più dispiaceri e appuntamenti quotidiani con le avances dei clienti.

Una mia amica mi disse un giorno "quello che farai a trent'anni lo farai per tutta la vita" e per quanto io ami il contatto con le persone, il cibo, le avventure culinarie e le cucine dei ristoranti, non mi ci vedo a fare la cameriera in una trattoria per il resto dei miei giorni.
Ho pensato che a trent'anni avrei dovuto fare qualcosa di incredibilmente esaltante, che mi alzasse l'autostima e che racchiudesse almeno due su tre delle mie passioni di sempre. Cucinare e scrivere  sono qui su questo blog; mancava la musica.
Allora facciamo musica e scrittura insieme, sì?
Da inizio mese sono ufficialmente su Soundsblog, l'area musicale del portale di Blogo.it. Collaboro come blogger esterna e mi occupo di musica praticamente tutto il giorno tra news, discografie, idee per pezzi divertenti o commoventi. Setaccio siti come un segugio a caccia di argomenti e scopro artisti nuovi: alcune belle perle tra mari di monnezza pura.
E mi rendo conto di non volere niente altro che questa vita di libertà, con orari a mio piacimento e l'organizzazione della giornata affidata a me soltanto: commissioni e beghe personali da incastrare nelle pubblicazioni quotidiane. Bella responsabilità per una che sa perdere un sacco di tempo.

Per festeggiare questo cambio di vita, non c'è stato tempo nemmeno di cucinare. Qualche pranzo funky, cene annoiate da chiamiamo-una-pizza, qualche volta a casa di amici, qualche volta fuori. Ma oggi avevo voglia, e l'AM con me, di qualcosa fatto in casa che desse profonda soddisfazione.

La nostra cena preferita è di solito l'Hamburgerata Maialosa, dalle molte varianti nella composizione dei panini: fatti in casa o comprati, di carne varia per l'AM, di burger vegetariani di ogni tipo per me, con farciture che spaziano da peperoni, cipolle, melanzane, insalata, pomodori, formaggi e quanto altro ci suggerisca la follia mangereccia del momento.
Stasera ci sentivamo particolarmente ispirati sul lato salse d'accompagnamento e così è nato

Il Catch-Up! dell'AM - (Ketchup for dummies fatto in casa)
1 kg di pomodoro ripartito così:
    500 gr di polpa
    500 gr di pomodori freschi da sugo tagliati a pezzi

2 cucchiai grandi di zucchero di canna (Dulcita)
2 cipolle piccole dorate, a fette
3/4 di bicchiere di aceto
3/4 di bicchiere di olio
2 cucchiaini di noce moscata
erbe aromatiche essiccate (timo, origano)
sale (alla fine)
poco piccante (facoltativo)

La facilità di questa ricetta è praticamente vergognosa: basta mettere tutti gli ingredienti a freddo in una pentola e portarli ad ebollizione, facendoli andare a fuoco dolce per un'ora abbondante, finché il blob di sugo non si è ridotto della metà e degnamente addensato. Mescolate di tanto in tanto, per scrupolo, e aggiustate di sale alle fine.
Lasciate raffreddare a temperatura ambiente, poi frullate con il minipimer a immersione, imbottigliate e ponete in frigorifero. Logicamente diventa più buono se lasciato riposare una notte, ma all'occorrenza si può utilizzare anche subito.

(foto ed etichetta ad opera dell'AM)

Mi sento di dirvi che la ricetta non è definitiva, perché c'è l'intenzione di modificarla ulteriormente: sarò ben contenta di ricevere i vostri suggerimenti, in modo da farla diventare un vero e proprio cavallo di battaglia.

In abbinamento, mentre le giornate si allungano, il gruppo preferito dell'AM:

Cake  - Short Skirt Long Jacket
 

lunedì 18 marzo 2013

Un mazzolin di rose e viole

Mio nonno paterno si chiamava Francesco ed era nato il 23 marzo del 1906.
C'è un unico sostantivo che possa descriverlo, secondo l'esperienza dei sedici anni condivisi con lui: calma.
Mio nonno sembrava essersi stufato di parlare e stava quasi sempre zitto, immerso in fili di pensieri, ricordi, dubbi. Non lo saprò mai a cosa pensasse in quegli assolati meriggi estivi calabresi, assiso sulla poltrona nella penombra mentre le dita delle mani si toccavano in un gesto alla Monty Burns e le labbra smozzicavano melodie lontane, reminiscenze musicali tradotte in ta-du-dum-dum.

Da novembre fino a marzo, per sfuggire alla noia e alle lontananze, i nonni traslocavano nella casa rupestre e mio nonno cambiava sì poltrona, ma non abitudini. Comprava i cornetti per la colazione della domenica, leggeva il giornale elegantemente composto sul divano, terminava ogni pasto con una mela che si faceva sbucciare da mia nonna in piccoli spicchi e prendeva un bel té caldo Earl Grey con una fettina di limone e poco zucchero alle cinque di ogni pomeriggio.
Se il tempo glielo permetteva e non era troppo freddo per le sue ossa, infilava la coppola beige a quadretti, una sciarpa al collo, il cappotto, salutava e usciva.
Era capace di sparire finché c'era il sole e tornava con le guance un poco arrossate, sempre rilassato e serafico; col passare degli anni e l'età che iniziava a pesare, il suo regno per sgambare era il marciapiedi in cima alla salita della strada di casa, dove si slargava la curva.
Trenta metri di marciapiede percorsi a piccoli passi, avanti e indietro, per almeno un'ora e mezza.
Lo guardavo dal pianerottolo, incapace di comprendere ma affascinata dal gesto ripetitivo che riempiva parte del suo pomeriggio.
Nelle giornate di primavera, mio nonno tornava dalla passeggiata stringendo tra le dita mazzolini di fiori, offerti puntualmente in dono alla nipote scarmigliata dai compiti e dai giochi.
Garofanini di campo, primuline, margherite screziate di rosa.
Ma soprattutto violette.

Minuscoli mazzolini di violette profumatissime che mi porgeva con un mezzo sorriso sornione, tramandato da padre in figlio e declinato al femminile nella nipote: qualunque gentilezza sentimentale è accompagnata dalla bocca che si increspa in un piccolo broncio, col labbro superiore arricciato e quello inferiore che si slarga al sorriso. È difficile da spiegare, è impercettibile ma intenso: va visto per comprenderlo. È un tratto famigliare, per me, serve a riequilibrare la potenza del sentimento espressa dal dono, come a sminuirne l'importanza sottolineandone l'effimera durata: è il timido paradosso di chi ha imparato a schermare certi sentimenti.
Le violette mi entravano nel naso col loro profumo dolce, interrompendo le incombenze. Annusavo quel loro colore intenso e violento, in contrasto con la minutezza e la delicatezza del fiore.
Mio nonno le mangiava e io mi stupivo. Per convincermi ad assaggiarle, mi disse che portavano fortuna e che ogni anno, alle prime violette selvatiche che avessi scorto, mi sarei dovuta fermare per coglierne una e mangiarla, per proteggermi dalle sventure.

Ogni primavera cerco le violette e aspetto il colpo di colore in mezzo al verde delle piccole foglie che ho imparato a riconoscere. Ieri mattina le ho trovate nel mio fazzoletto di giardino: ho còlto la prima che ho visto, incurante degli ostacoli sul cammino, e ne ho gustato i petali come se il sapore potesse davvero proteggermi dalle sventure.

Violette di Patate con Cremina di Zucca Profumata (Gluten Free)

Per gli gnocchi:
500 gr di patate viola
Mix di farina senza glutine (io Mix Ds per tutti gli impasti)
Parmigiano grattugiato
Noce moscata

Per la cremina:
300 gr di zucca gialla
Una cipolla bianca
Olio evo
Timo

Lessate le patate viola per una mezz'ora abbondante e schiacciatele con uno schiacciapatate o con una forchetta. Fatele raffreddare e aggiungete il parmigiano e la noce moscata, poi piano piano la farina senza glutine: non vi metto le dosi perché gli gnocchi vanno col tempo, l'umidità, la consistenza delle patate, il passaggio delle comete e le liti dei fratelli Gallagher. Indicativamente ne ho messi circa 150 gr. Deve venire un impasto sodo ma non granuloso, quanto basta per tirare dei salsicciotti di patate da tagliare a tocchetti regolari.
Metteteli a riposare su un vassoio ben spolverizzato con la farina senza glutine.

Mentre le patate si lessano, ottimizzate i tempi: sbucciate la zucca e tagliatela a tocchetti. Scaldate un paio di cucchiai di olio, tritate la cipolla e fate un piccolo soffritto, facendola stufare lentamente, poi aggiungete la zucca e a mano a mano dell'acqua calda (circa un bicchiere e mezzo totale) che aiuterà la zucca a sfaldarsi a modino. Passate al passaverdure -se ci fosse bisogno- e lasciate riposare.

Cuocete gli gnocchi in abbondante acqua salata, impiattate e guarnite con la cremina e qualche fogliolina di timo fresco.

(foto dell'AM)

In abbinamento, inseguendo un ricordo: Faith No More - Easy

martedì 5 marzo 2013

Avanzavo giusto un paio di minuti per il dolce

Ho lasciato scivolare via febbraio nelle pieghe sballate dal rientro dell'AM, senza dar troppa retta alla voglia di cucinare e al sonno accumulato. Mi sono lasciata trascinare da una corrente allegramente agitata di incontri, feste, genti, cene, alcol, rosure di culo e travestimenti, maschere e sincerità, paure ed emozioni.
Ho mollato la mia vita all'angolo del 31 gennaio e sono ancora lì che un po' la cerco, perché non mi ricordo mica bene dove l'ho messa.

Per fortuna febbraio è finito, marzopazzo è arrivato, ogni tanto mi si chiude la gola con l'ansia della primavera -e tutti i buoni propositi che come sempre e ancora non sono riuscita a mantenere, porcogiuda- e accarezzo il mio stomaco lievitato causa eccessi di carboidrati. Non riesco a fare a meno di intorzarmi come un puerco di schifezze di ogni tipo, mentre il mio corpo chiede solo un taglio drastico ai condimenti, ai farinacei, agli zuccheri.
La pelle del mio viso è andata completamente a meretrici e per fortuna ho una cremina bio tutta nuova per imburrarmi a dovere, sperando che almeno le cure esterne funzionino.

Promettersi una settimana crudista, una settimana gluten-free e qualche giorno di disintossicazione. Allora prima finiamo quello zuccheraccio, meglio è...

Era da un po' che volevo provare a cucinare dei dolci totalmente vegan, quindi privi di derivati animali come uova e latte, e devo dire che questo primo esperimento è stato riuscitissimo e iperapprezzato. È di una facilità disarmante, velocissima da preparare e permette di omettere le uova e il latte, il che è raro per un muffin. Questa versione contempla purtroppo lo zucchero semolato, che personalmente odio con tutto il cuore ma ne avevo acquistato un chilo per un qualcosa di specifico che adesso non ricordo più e dovevo finirlo per toglierlo di mezzo. La prossima volta torneremo all'amatissimo mascobado scrocchiarello.

Muffin Vegani con Banana e Nocciole

Ingredienti

2 banane mature 
1/4 tazza di olio extravergine
una tazza scarsa di zucchero semolato 
2 tazze di farina integrale
una bustina di lievito
un pugno di nocciole bio
zuccherini colorati per finire (facoltativi)

Pulite le banane e schiacciatele con una forchetta, aggiungete l'olio e lavorate per fare una bella pappa. Incorporate lo zucchero e la farina, il lievito e le nocciole. Riempite i pirottini da muffin per metà abbondante e infornate a 200 gradi per circa 20 minuti. (Lo ammetto, sulla cottura sono andata un po' a occhio).


(sullo sfondo, Holden stravaccato a farsi fare i grattini)

In abbinamento, mentre una serata di chiacchiere e confronti scivola via: City and Colour - What makes a man (Live @ Cesena)



domenica 10 febbraio 2013

Di tenerine, cavalier cortesi e lati oscuri di luce


It's nothing as it seems
All that he needs is home.

Lorenzo l'ho conosciuto il primo dicembre 2012*.
Era una giornata tipica della bassa bolognese che declina verso Imola, con un cielo aranciato di nuvole e inquinamento luminoso; nel freddo di un primo pomeriggio promettente nevischio, lui girava in sciarpa e maglione a sistemare cavi e aste per il set musicale che sarebbe cominciato di lì a poco, incurante dell'umidità che impregnava le ossa di cattivi pensieri.
Si indaffarava da factotum, prestando le spalle alle fatiche e la lingua alle battute di compari e vèèèèèz di manovalanza tecnica. 
Il suo silenzio, le braccia spesso incrociate ma rilassate, l'espressione concentrata e seria. 

Siamo diventati realmente amici qualche giorno dopo, davanti ad una cioccolata e un'ora di confidenze nella tramontana di via Massarenti. Ha saputo più lui di me in quell'intervallo di tempo che mia madre in tutta la vita.

Le strigliate della sua voce baritonale e modulata, a scratching voice all alone, there's nothing like your baritone, le risate che mi ha piegata a fare, il libeccio che ha soffiato sui miei pensieri impolverati imponendomi di ragionare. Le lacrime che ha raccolto sulle sue spalle compatte dopo una confessione-pedaggio, di quelle che paghi pesantemente per andare avanti. Le rotture cui l'ho costantemente sottoposto, le impuntature per scardinargli le corazze, alla ricerca di quella luce positiva che vedo sempre nelle persone cui voglio bene.
Le canzoni che lo descrivono e deve ascoltare assolutamente.
Le medicine che mi ha portato quando mi sono ribaltata a letto con l'influenza. 
Concerti, film, racconti, libri, ricette, scambi continui di parole e opinioni e idee, in un corto circuito continuo che mi forza a pensare e scuote i torpori in cui tendo spesso a rifugiarmi.

Lorenzo affonda le sue radici natie in una città che amo profondamente, non solo per colpa dei Ciccsoft e di tutte le offerte culturali che sciorina, ma perché trovo che sia magica. Ferrara ha una sua rigida morbidezza cittadina che non so descrivere, ma ogni volta mi attira. Le città storiche, con le loro pietre che parlano, risvegliano la vena àvita che mi fa perdere nei vicolini stretti finché gli occhi non abbracciano, in un punto preciso della piazza centrale, il Castello, la Cattedrale e il palazzo comunale. 

Uno più uno fa due, ma qualche volta anche tre. I modi da cavalier cortese di Lorenzo, una città medievalrinascimentale e una ricetta classica, che più ferrarese non si può. L'unica modifica è stata sulla farina, perché ho usato dell'amido di riso per renderla totalmente gluten-free.

La Torta Tenerina di Messer Lorenzo
250 gr di cioccolato fondente (io Lindt al 90%, perché sono fissata, amo l'amaro)
125 gr di burro di panna fresca "a poma"
3 uova intere
100 gr di zucchero semolato fino
2 cucchiai di amido di riso (certificato senza glutine) (facoltativo)
un pizzico di sale per gli albumi

Imburrare una tortiera da 24 cm o più stretta se la preferite più alta e umida, spolverarla di amido di riso e riporla in freezer. Sciogliere a bagnomaria il cioccolato, spegnere il fuoco e lasciarlo intiepidire. Aggiungere il burro a tocchetti. A parte separare tuorli e albumi; montare i tuorli con lo zucchero finché non diventano quasi bianchi e spumosi, poi montare a neve gli albumi col sale. Incorporare l'impasto di cioccolato ai tuorli poi aggiungere anche gli albumi, delicatamente, mescolando con la spatola di silicone dall'alto verso il basso.
Infornare a 180° in forno preriscaldato per circa 25 minuti. Poi spegnere il forno e lasciarla raffreddare con lo sportello semiaperto. Se fa piacere potete servirla con lo zucchero a velo (io no, ovviamente, odio lo zucchero...), ma controllate che sia certificato gluten free. 



Come tutte le cose belle di questo mondo, la tenerina migliora col passare dei giorni: più si secca, più diventa buona.
Un po' come Lorenzo.

(la zampetta che regge la torta è proprio quella di Messer Lorenzo)



*chi indovina la citazione senza cliccare sul link?

mercoledì 23 gennaio 2013

Ogni tanto ci vuole un po' di classico: come il tubino nero, il n°5 di Chanel e i Levi's 501

Non ho mai avuto uno spiccato senso materno: ho più un senso gatterno, vedendo come mi comporto con il mio adorato felino che se ne sta allumacato a dormire su qualche cuscino disperso.
Non sono spiccatamente mamma ma mi piace fare la chioccia con gli amici: li coccolo preparandogli da mangiare. Ho sempre avuto lo spirito di accoglienza da porto di mare e la mia casa è aperta a tutte le ore e per tutte le esigenze amicali possibili: storie finite, emergenze sentimentali, paranoie, discussioni in famiglia. C'è spazio per tutti sul lettone dove confidarsi, confortarsi e confrontarsi, finché non ci si addormenta in una spiaggia di briciole di biscottini e spuma di cioccolato sparsa.

Stasera era la volta del Bàttero (sì, l'accento sulla prima), l'amico batterista che conosco da poco meno di metà vita e che ha punteggiato di chiacchiere e musica tantissime serate bolognesi. Il Bàttero sbeffeggia il gergo gggiovane e ride, noccheggia sul tavolo e snocciola gossip, ramazza idee per i suoi mille progetti musicali e ti abbraccia, sudando adrenalina, alla fine dei concerti.
È una di quelle figure più o meno indescrivibili quanto a importanza perché è lì, come i monoliti di Stonehenge: senza tempo, inderogabile e inamovibile. Arriva, si gira una paglia e comincia la serata.

Per questo gli dedico un classicone della pasticceria, riarrangiato per le sue rullate poco convenzionali: intollerante per quanto mi riguarda, ma perfetto per i celiaci perché non ha farina. Le dosi sono per tre cocottine abbondanti: si sa, di dolcezza non ce n'è mai troppa.

La Crema Catalan-Apolide del Bàttero (ovvero, la Crema Catalana meno ortodossa della terra)






Ingredienti
400 ml di latte fresco intero
4 tuorli d'uovo bio
3 cucchiai di zucchero semolato
2 cucchiai di amido di riso (io Pedon, certificato gluten free)
Scorza di limone
Una stecca di cannella
Zucchero semolato per caramellare

NB: è indispensabile il cannello a gas. Non diciamo eresie su grill del forno e palliativi vari che mi parte la scomunica.

Sbattere i tuorli con lo zucchero fino a ottenere la classica massa spumosa: usate la frusta senza pietà. Aggiungete l'amido di riso e continuare a sbattere e spumeggiare. Scaldate leggermente il latte con la scorza di limone pelata a vivo (povero limone) e la stecca di cannella: dovrà essere tiepido. Incorporatelo alla spuma di tuorli e zucchero poco alla volta, sbattendo sempre delicatamente, poi ritrasferite tutto nel pentolino dove avrete scaldato il latte -si chiama "economizzare sulle pentole"-.
Ponete il pentolino in una pentola più grande, riempita con acqua fredda, e procedete la cottura a bagnomaria con santa pazienza e polso slogabile. Io, che son paziente solo con chi mi pare, ad un certo punto mi ero sbattuta le p... più dell'uovo con lo zucchero, quindi ho optato per accelerare i tempi a mio rischio e pericolo: come le donne lunatiche, le creme impazziscono facilmente ed è bene non farle incavolare troppo.
Quindi aspettate con santa pazienza che la crema si rassodi nel bagnomaria; trasferite tutto nelle cocottine e mettetele a raffreddare. Santo gennaio gelido ci aiuta, quindi fate come me e mettetele sul davanzale a prendersi del sano freddo umido da pianura emiliano-paranoica.
Quando saranno belle fredde e ringalluzzite dal polonordesterno, spolverizzatele con un cucchiaio di zucchero, accendete il cannello e fate scempio e puzzo di bruciato di tutta la superficie saccarina (o sacca-erotica).


Poi prendete esempio da Amélie e sgodolate mugugnando di soddisfazione.


In abbinamento, su consiglio del Bàttero che per i classici ha l'orecchio fino:
Franco Battiato - Up patriots to arms

giovedì 17 gennaio 2013

Cucinotto von Bismarck

E' una grossa responsabilità, quella che mi è stata affidata, e inaugurare la mia rubrica di corrispondenza bavarese parlando del sedano rapa mi sembra un po' una goliardata... ma è proprio grazie a questo curioso ortaggio che oggi sono qui, per cui non me ne vogliate, fedeli lettori dell'Ari, e spendete un istante a frugare nelle cucine dei vostri vicini: cosa che un giorno potrebbe pure esservi utile. La cucina tedesca in generale, infatti, non è certo rinomata per la sua bontà (o quantomeno per la sua leggerezza), ma sui banchi dei supermercati è possibile scovare ortaggi a noi pressoché sconosciuti e il povero malcapitato che non sappia cucinarli si troverà a scontrarsi col proprio istinto di sopravvivenza. Ecco perché ci siamo dati tanta pena.

Per chi non lo sapesse, il sedano rapa ha la dimensione di un melone, il colorito anemico del cavolo verza e altri segni particolari, come protuberanze e macchie scure, che non lo rendono troppo attraente alla vista. In Baviera si trova al posto del sedano tradizionale nelle confezioni di "odori" per preparare il brodo, ma cos'altro ci si potesse fare è qualcosa che sfuggiva alla mia immaginazione, finché non l'ho visto tra le mani di Jamie Oliver durante lo speciale di cucina di Natale. Purtroppo non sono riuscita a trascrivere la ricetta di Jamie, che lo ha preparato in padella, ma, incuriosita dall'entusiastica propaganda delle molte proprietà di questo ortaggio, ho deciso di tentare un approccio. Pare infatti che il sedano rapa sia tanto povero di calorie quanto ricco di fibre, che abbia un'azione diuretica (ampiamente confermabile da chi scrive), drenante e antiossidante. Si dice inoltre che svolga una funzione di riduzione del livello di colesterolo, cosa che, nella mia casa d'oltralpe, lo renderebbe davvero prezioso. Ma entriamo adesso nel dettaglio. 

Come si cucina un sedano rapa?
Con tanta pazienza. La caratteristica fondamentale del sedano rapa, infatti, è che occorrono trenta minuti per pelarlo e dieci per cucinarlo. Si sbuccia come una mela, solo che è poco maneggevole, essendo troppo grosso per entrare in una mano, e la buccia è molto dura.  Okay, adesso di'qualcosa di rassicurante... Ah, sì, state pure tranquilli: se siete avvezzi a cucinare la zucca, quest'esperienza vi sembrerà una passeggiata.

Ricordate che, oltre alla buccia, dovrete asportare anche uno strato di polpa, in modo che l'ortaggio risulti una palla liscia e priva di porosità.

Una volta denudato, potete affettarlo come più vi piacerà: io ho scelto di farne dei dadini. Li ho poi messi nel wok con un filo d'olio, poca acqua bollente e mezzo dado vegetale per il brodo. Dopo 5-10 minuti, i dadini erano già teneri: a quel punto ho tolto il coperchio, aggiunto origano e pepe e lasciato l'acqua asciugare, finché le verdure hanno assunto un bel colorito dorato.

Ebbene: la ricetta del giorno è tutta qui. Un contorno semplice, salutare, incredibilmente veloce (affettamento a parte) e delicatamente saporito che vi farà fare una porca figura con il minimo sforzo. Una volta provato, se apprezzerete il suo gusto, potrete sbizzarrirvi a trasformarlo (mi si dice dalla regia che dia il massimo di sé sotto forma di purea).




Nella migliore tradizione di questo blog, vi lascio con un disco adatto per la situazione: Ramones, Ramones.