venerdì 15 gennaio 2016

I buoni propositi del 2016, ovvero non farli e vivere benissimo



A mezzanotte del 31 dicembre stavo chiedendo ad un cameriere annoiato di allungarmi una bottiglia di spumante. Altro che romantiche attese per il bacio all'orario spaccato oppure balli sfrenati in compagnia di amici: solo io nel mio vestito rosso audace e il cameriere che mi guardava come se non vedesse l'ora di liberarsi di me.
Ho stappato tra vetri rotti da troppe vibrazioni musicali e come da tradizione mi sono attaccata a canna alla bottiglia, perché la vera classe non è acqua ma ha sempre le bollicine che danno il pizzicore al naso.

Non ho voglia di buoni propositi per il 2016. Leggo svogliatamente i consigli dei siti di benessere e lifestyle e lo faccio giusto per darmi un'infarinata delle solite cose, perché tanto alla fine parliamo sempre degli stessi argomenti: l'attività fisica, il mangiare sano, lo stare all'aria aperta.

Dillo ad una freelance che lavora almeno 12 ore al giorno sbragata al computer e ama cucinare.

Quando il corpo chiama solo cibi saporiti ricchi di morbido olio e la pelle inizia a riempirsi di microcrateri come la Luna, capisci che devi dare una frenata a quei tozzetti e ai torroni di frutta secca. Però non significa che si debba rinunciare di colpo al piacere del mangiare e buttarsi direttamente sullo scondito a tutti i costi. Diciamo la verità, la verza lessa non fa gola a nessuno. Per niente. È buona, sicuramente, ma non sarebbe meglio mangiarla dentro un bell'involtino primavera?

Se c'è un'unica sfida alimentare per quest'anno, è quella di riuscire a concedermi tutto quello che mi va di mangiare senza sensi di colpa. Perché questo ho: il senso di colpa dei jeans che si allacciano a fatica, della pancia che sporge, delle guance tornate rotonde grazie a massicce dosi di carboidrati -provateci voi a resistere alla pizza al taglio sfornata calda sul tagliere-, dei fianchi che si espandono in tre dimensioni.

Persino mio padre, al quale della forma fisica della sua fanciulla non è mai fregato nulla, nel corso dell'ultima cena fuori ha sussurrato a mia madre "però, mangia adesso!" additando la robusta porzione di baccalà in umido e broccoletti ripassati che avevo diligentemente sbafato spolpando persino le lische.

Il celeberrimo baccalà all'orvietana

Mangiare è un piacere in senso epicureo, e lo è anche sentirsi bene in una pelle curata e compatta. Se la sensazione che hai è di goffaggine, pesantezza, malagrazia, c'è qualcosa che non va: e rifugiarsi nel cibo non è di certo la soluzione migliore. Perché chi ama cucinare, poi, difficilmente riesce davvero a controllarsi. Trovare l'equilibrio tra questi due elementi è difficile.

Io di propositi per il 2016 ne ho uno e riguarda la mia carriera lavorativa: non è un mistero, voglio fare la radio e sono una speaker dal profondo, la voce è il mio strumento. Dammi una lista di canzoni, dimmi che devo parlare tot minuti o tot secondi, e io lo farò rispettando i tempi. Questo è un obiettivo: tutto convergerà verso di lui.

Di cucina continuerò ad occuparmi con estremo amore e con la curiosità di provare sempre qualcosa di nuovo. Prima o poi riuscirò a comprare una selezione di alghe e capire come usarle, ho già apprezzato il gomasio, sperimentato varie tipologie di farine e la sfida vera che mi aspetta è andare a carpire i segreti per preparare i migliori carciofi alla romana e alla giudia che la storia di Roma ricordi.

Si riparte dalle basi. Da se stessi.


lunedì 14 dicembre 2015

This is the real thing - Risotto con zucchine e zafferano mantecato al pesto

But you're solid as a rock
You're everything I love
And I done all that I can
You told me still stand
When it's said and done
I am just what I am
(Kelis - Breakfast)

Trovi le zucchine piccole, le romanesche come vengono chiamate. C'è il fruttivendolo simpatico dal quale passi sempre a tarda ora e che prepara le verdure già bollite e i minestroni, puntualmente razziati dai clienti perché chi ha più voglia di cucinare, di sti tempi?
(Io, ad esempio)

Zucchine cocciute, che saranno pure di serra ma hanno quella consistenza soda di chi sa di poterti dare grandi soddisfazioni. E poi incroci per strada lo zafferano in pistilli, che sai valere più dell'oro non solo economicamente, ma come sapore. Perché lo zafferano è casa, è infanzia, è la ricchezza della minestra di riso e patate che acquistava sfumature d'oro nel piatto grazie alla preziosa gemma.

Così il big bang, complice la Francy di Burroezucchero che è una fucina di ispirazione, ha illuminato questa giornata di dicembre. Ho scoperto la splendida avventura dei ragazzi di Vallescuria, che andrebbero applauditi e abbracciati per il coraggio di mettersi a fare impresa agricola in una situazione tanto disastrata e burocraticamente avversa come quella dell'Italia. Il loro contest sullo zafferano ha fatto il resto.

Così mi sono munita di pistilli rosso rubino, zucchine di tormalina verde e dell'inseparabile riso basmati che di certo non è il migliore per risotti, ma mi serviva la sua aria elegante e sottile piena di fascino. Quello che rende ancora più interessante questo riso-risottato, mi si perdoni il gioco di parole, è la mantecatura/profumazione finale ottenuta con un cucchiaino di pesto casalingo.



Risotto con zucchine e zafferano mantecato al pesto
5 zucchine romanesche
uno spicchio d'aglio in camicia
olio evo

Per il risotto
Riso basmati (indicativamente un pugno grosso a persona, più uno per la pentola. Essendo io una persona con mani minuscole, ne faccio due pugnetti a testa più quello finale per la pentola, che se lo merita)
Acqua
Zafferano in pistilli
un cucchiaino di pesto casalingo 

Scaldate leggermente l'olio evo (diciamo un cucchiaio, indicativamente) in una padella ampia, che dovrà poi contenere il riso: io ho usato una di quelle di alluminio da ristorante, perfetta per saltare. Pulite le zucchine e tagliatele allegramente a rondelle, lanciatele nell'olio scaldato e fatele andare a fiamma media, aggiustando di sale subito. Scaldate un pentolino di acqua, indicativamente il doppio del volume del riso, e mettete i pistilli di zafferano ad aprirsi dolcemente nel calore, senza farlo bollire realmente. 

Togliete le zucchine cotte dal fuoco e nella stessa padella fate tostare il riso basmati per una trentina di secondi, non li ho contati ma quanto sufficiente per farlo cominciare a sudare e diventare trasparente. Copritelo con due generose mestolate di acqua "zafferanosa", aspettate che assorba tutto e aggiungete le zucchine già cotte, continuando a bagnarlo.

A cottura ultimata, spegnete la fiamma e aggiungete un cucchiaino di olio evo fresco per la mantecatura. Coprite un minuto, scoperchiate, aggiungete il cucchiaino di pesto al basilico e ricoprite per un altro minuto. Servite componendolo nel piatto con i fiori di zucchina crudi e sfilettati.




In abbinamento, per dare colore anche all'inverno in avvicinamento:

lunedì 7 dicembre 2015

A year has passed since I wrote my note

Only hope can keep me together
Love can mend your life.
(The Police - Message In A Bottle)
Holden, la piccola vedetta felina (Instagram)

Ci è voluto un anno, spicci di mese più, spicci di settimane meno.
Ho preso tempo.
Perché di cocci puoi averne una montagna, ma per dargli una forma nuova e originale serve tempo. E renderli vivibili come a Testaccio, tra verde carezzevole e qualche lastra di porfido scivoloso, richiede una pazienza e una cura che non pensavo di avere. Mi sono sempre sottovalutata, forse continuo a farlo. Ma sono stata brava, a questo giro di vinile sono stata più brava di quanto mi aspettassi.

Le onde radio hanno guidato la mia rotta, l'elettromagnetismo delle persone mi ha fatta attraccare dove non avrei mai sperato. La vita ti sbugiarda e ti guarda, ridendo, mentre sembri più spaesata di John Travolta in quel meme che sta saturando Facebook in questi giorni: incredula, sconvolta, stupita, eppure felice di non sapere che cosa stia succedendo.

Cucinare non mi è mai sembrato così liberatorio, creativo, potente. Nonostante la fissazione che mi è presa per i finocchi spadellati al cumino con salsa teriyaki, che mangio almeno una volta a settimana, ho voglia di creare piatti sempre più buoni, particolari, pieni di tutto l'amore per il cibo che riesco a metterci dentro.

L'elegante tovaglia macchiata, ma quel piatto di Vietri con i finocchi è meraviglioso
Finocchi spadellati al cumino con salsa teriyaki
Un finocchio di media grandezza
Olio evo
semi di cumino
acqua

per la salsa teriyaki
salsa di soia biologica (se quella con meno sale, meglio)
olio evo
un cucchiaio di zucchero di canna
un cucchiaino di miele

Ungere una padella con poco olio, togliendo l'eccesso con la carta assorbente. Saltare i finocchi a fuoco alto, aggiungendo progressivamente mezzo bicchiere d'acqua (così non si bruciano ma restano morbidi). Portare a cottura a fuoco medio. Finire con qualche semino di cumino a piacimento. 
Per la salsa: mettere tutti gli ingredienti a fuoco basso in un pentolino non antiaderente e portarli ad ebollizione dolce per qualche minuto. Far raffreddare in una tazzina, poi condire i finocchi a piacimento. 

In abbinamento, in un crossover tra continenti e sapori:

There's a sun my friend
And it shines on me all day
Till there's no more road to follow
No streets no traffic lights
Turn my music up I want to play my song
And everything will be alright
Fat Freddy's Drop - Wairunga Blues (2015)

venerdì 14 novembre 2014

Chiama i ricordi col loro nome

Volta la carta e finisce in gloria.
(Fabrizio De Andrè)

Ascoltare le canzoni giuste funziona come una cura terapeutica praticamente per tutto. Non smetterò mai di ripetere che certi brani sono in grado di descrivere la mia vita attraverso piccole frasi estrapolate dal contesto originario.

Anche certi cibi, fondamentalmente, descrivono la mia vita attuale, rimbalzata tra la nuova cuccia minimalista bolognese nella quale mi sono amichevolmente ritrovata per intrecci di preziose amicizie e la precarissima stanzetta della residenza universitaria dove mi appoggio due/tre notti a settimana per inseguire un sogno in bocciolo dalla scorsa primavera.

Apri il frigorifero e trovi buste di insalata bio pronta, immancabili scatole di hamburger vegetali elegantemente impilate, confezioni di minestrone surgelato. In dispensa troneggiano i cibi più rapidi e meno distruttivi concepiti dall'industria alimentare. Insomma, la mia voglia di cucinare è pari a zero e si traduce in sporadicissime infornate di dolci per la gioia del mio nuovo coinquilino, che chiameremo l'Informatico per comodità di identificazione. Preferisco mangiare fuori, il che la dice lunga sul nuovo corso di una vita che sembra spaziare senza confini.

Però mi perdo in certi vicoli guardando panni stesi e ascoltando dialetti misteriosi. Annuso profumi profondi di pomodoro, aglio, crema, effluvi di pasticceria che si intrecciano all'odore denso del mare, conosco gente nuova che sembra incastrarsi perfettamente in questa urgenza di vita più leggera, meno zavorrata, quasi "strana" secondo un aggettivo che si rincorre su whatsapp da qualche tempo a questa parte.

Non c'è nulla di strano nel voler essere una nuova se stessa.

For once in my life I have someone who needs me
Someone I've needed so long
For once, unafraid, I can go where life leads me
Somehow I know I'll be strong
E quel qualcuno, in fondo, sono io.


domenica 28 settembre 2014

Cose - Autunno 2014 edition

-La serie tv You're The Worst, che mi fa cascare per terra dalle risate
-Il disco Wanted On Voyage di George Ezra: finalmente una voce come si deve e delle canzoni pop scritte con criterio
-I letti a soppalco: per i nani come me è bello guardare il mondo dall'alto quando ci si sveglia
-Gli arrangiamenti a due voci tra una mezzosoprano scuro (io) e un baritono fresco (il Chitarrista)
-Lo status di zia acquisita, certi "nipoti" sono amore puro
-Le zeppe oltre i dieci centimetri
-Milano e Bologna col sole di fine settembre
-Correre coi tacchi senza slogarsi le caviglie
-La zucca in padella cucinata dalla Milly


venerdì 4 luglio 2014

Estate, Erlend Oye, e cibo sano

Erlend Oye è quel simpatico occhialuto dei Kings Of Convenience che da un po' di anni si diverte a ricantare pezzi in italiano.

Per questo 2014 ha scelto una delle canzoni più belle e intolleranti della tradizione italiana: Estate di Bruno Martino. Per ora è un semplice trailer ed è una vittoria assoluta.

ERLEND OYE | ESTATE TEASER from BLOCK10 on Vimeo.

Mi sono misurata i centimetri e i miei fianchi stanno serenamente nella tabella delle taglie 40. Sulla pancia tendiamo un velo pietoso, ne abbiamo ancora da stringere per sentirmi vagamente a posto in questa pelle sottile che mi ritrovo. Il giroseno da nuotatrice dalle spalle larghe invece mi condanna a veleggiare in un ibrido insoddisfacente e io non amo gli ibridi, nonostante il mio segno zodiacale lo sia.

Odio l'estate. Non so come abbia fatto a cambiare così repentinamente idea, quando ero piccola era la mia stagione preferita. Odio il caldo bollente se non sono al mare, sudare, puzzare, odio le colate di cemento. L'estate è bella se ti puoi tuffare nel mare di una spiaggia semisolitaria, sfruttare un coinquilino che ti porta in barca con gli amici (a me è successo) o goderti la montagna. L'estate in città è bella perché tutto si svuota e ti senti come se presidiassi un fortino speciale, mentre ti riappropri di tutti gli angoli.

È tornato il caldo e la mia voglia di insalate fresche, condite col limone e ricche di consistenze differenti. Tra pochi giorni assumerò un piccolo dominio sui pasti e non vedo l'ora di sentire l'emisfero della creatività sgorgare da una polla di ispirazione.

Non ho molto da dire, come potete vedere.
Ma lo sto facendo benissimo.

martedì 15 aprile 2014

Pulizie di primavera

Madonna la polvere.
E i ragni, per quanto mi stiano simpatici, preferirei usarli per prevedere il tempo, come gli antichi, invece di osservarli filare la tela sulle pagine di questo blog.

CookInMusic sembra la cucina di casa di mia nonna, dove sono rientrata temporaneamente calando nella pancia d'Italia come un mal di stomaco nei giorni delle feste di natale. Ho portato dietro una valigia strapiena di vestiti, il gatto, la necessità di lavorare e la crisi economica mondiale in scala un metro e cinquantasette centimetri.

Ho spolverato, pulito, arieggiato, sistemato, cacciato cimici malefiche e dormito abbracciata a Holden con la borsa dell'acqua calda in notti pungenti di freddo, con la Rupe a controllare il mio sonno dall'alto del tufo medievale.

Ho compiuto trent'anni e ho capito che non è una cazzata. A trent'anni hai una visione diversa e anche il cazzeggio ha un modo nuovo di esprimersi, non è tutto ganzo, diventi selettivo e questa cosa ti piace. Non hai più voglia di perdere tempo, le esperienze diventano più che preziose nella loro fugacità. Impari ad incassare, impari ad allargare i tuoi limiti. La pazienza non ti basta più, segui un filo di intolleranza che non ti dispiace: anche quella è affermazione di personalità.

Sono diventata zia di una serie di figliocci e figliocce di cui seguo le smorfie via whatsapp e hangout di Google. E non mi stanco mai di guardarli, tanto sono belli.

Cucino poco e sono più fallibile di sempre, ma imparo a conviverci. Pensa, ho sbagliato una torta cioccolato e pere traducendo la ricetta dall'inglese. Alla fine ho capito che mi mancava la planetaria necessaria ad impastare. Testardaggine acuta, non c'è niente da fare. Però su alcune cose salate sono ancora imbattibile e ho convertito la famiglia ad alcune sperimentazioni vegetariane.

Tipo le polpettine di fagioli e bieta alla curcuma. Persino il Pater si è spazzolato la sua porzione e ha decretato che gli piacevano. La Mater, invece, in una notte d'insonnia s'è studiata le variazioni delle polpette di quinoa e ne ha prodotte di buonissima fattura.

Ultimamente sono in trip con gli agretti, conditi con tanto aglio, olio, limone e sale. Stop. Sbollentati e via. Sanno di prato, fanno bene e non impicciano. Come tutte le cose belle della vita.